“Hai fumato?” Sì. “Ma che cazzo dici?” Eh.
Ad oggi il rap, volendo così definire l’insieme di suoni gutturali e tappeti musicali plasticosi propinatici giornalmente, è tra i generi più ascoltati nel panorama musicale italiano. Adesso abbiate pazienza: ho 26 anni e credo di aver già intrapreso la parabola discendente che porta alla boomerizzazione.
I truzzi esistono ancora? Boh. Dovessero però esistere, ascolterebbero sicuramente il rap; nessuna eccezione per rockettari, paninari, laureati, sbandati e via dicendo.
Sì, perché il rap è diventato un genere per tutti, ma non è sempre stato così.
L’era dell’autocompiacimento
Tagliamo corto: al tempo, e prima dell’uscita di Mr. Simpatia, il rap era un genere per rapper.
Vabbè, ma cosa significa? Significa che il pubblico era la scena stessa. Una situazione in cui sostanzialmente ci si segava a vicenda grazie a un sofisticato sistema di specchi e leve.
“Sono 20 anni che agli stessi ripetiamo: continua a sostenere questo hip hop italiano”
Ogni strofa doveva rispettare gli alti standard di una platea di addetti ai lavori e Fabri Fibra, con i primi progetti, non deluse le aspettative, facendo sua l’ossessiva ricerca di incastri ed esercizi di stile, vestendo i panni di un esteta delle rime.
E poi?
E poi i dischi non vendono, il gioco non vale più la candela. I virtuosismi non riescono ad attecchire e ai concerti l’interazione con i presenti giunge solo in occasione delle punchline più volgari. Sarà proprio quest’ultimo concetto a dargli il là per Mr. Simpatia.
La disillusione lo spinge a un trasferimento oltremanica, nella speranza di eradicare il sogno della musica; tuttavia il destino non ha la minima intenzione di separarli così presto. Scopre Eminem e bla bla bla: vi prego di spararmi alla gola se dovessi mai riproporvi la manfrina sull’ispirazione al personaggio di Slim Shady. Facciamo che conosciamo tutti la storia, quindi la saltiamo a piè pari.
La catarsi in fabbrica
Tra un controllo qualità e l’altro alla Parker Pen di Brighton, in preda a un fiume di idee, inizia a scrivere. Sotto l’influenza dell’innominabile partorisce un progetto figlio di un disagio generazionale, in barba al processo di preconfezionamento delle news dei principali media e all’intorpidimento della TV a stampo berlusconiano.
Vediamo dissacrati la politica, la chiesa e l’idea italiana di famiglia perfetta, mettendo in discussione tutto e tutti, perfino l’artista e il disco stesso.
“Strappo dal muro ‘sto crocifisso del Signore
E lo appendo a testa in giù nella porta del tuo ingresso”
“Entro in casa mia arrampicandomi dal terrazzo
Punto un lanciafiamme sulla mia famiglia e l’ammazzo
Così voglio vedere quando vado all’inferno
Se il demonio c’ha la faccia di Erika o del suo ragazzo”
“M’addormento sognando che mi sveglio in una bara
Mi masturbo con davanti i videoclip di Paola e Chiara”
La componente splatter la fa da padrona, con immagini ed espressioni sempre più grottesche lungo lo scorrere della tracklist. Si genera così un forte contrasto tra il peso e l’importanza sociale delle tematiche e la semplicità del linguaggio con cui vengono affrontate.
“Io mi getto sulla tazza cagnolando la mia razza
Vomitandomi sul cazzo, la giapponese che si incazza
Mentre nella stanza accanto stanno scopando come cinghiali
Io collasso tra le urla di tutti quanti ‘sti maiali
Ma ormai il tempo è scaduto e io mi rivesto in cameretta
Ma arriva il gay che apre la porta e urla: ‘Ti faccio una pugnetta'”
“Ma sai cosa è la sfiga? Chi manifesta
Al G8 e poi finisce a terra con un colpo in testa
E sai cosa è uno sbirro? Chi viene assolto
In piazza con la divisa anche se poi gli parte un colpo”
Si potrebbe quasi definirlo uno specchietto per le allodole, una supercazzola ribaltata.
L’anomalia diventa sistema
Ma perché tutto questo? Dove vuoi arrivare?
Di questo disco se n’è parlato e riparlato in tutte le salse: capolavoro, una merda atroce, la fine oppure l’inizio del rap italiano. Per quel che mi riguarda è: tutto.
Chiunque tenti di negarne l’abominio tecnico mente sapendo di mentire, così come chi ne neghi l’importanza commerciale. Commerciale, ecco. Perché da qui in poi il rap è diventato questa roba qui: annacquata, sgrezzata in modo da renderla più digeribile a un pubblico a cui, utopisticamente, forse nemmeno sarebbe dovuta arrivare.
Mr. Simpatia è stato un male necessario, che ha ucciso il concetto di rap per dargli nuova vita in una chiave totalmente differente. Forse sbagliata, forse no.






















