Riguardo agli sviluppatori di IO Interactive ero certo di due cose: che sapessero progettare le narrazioni secondarie e che possedessero un motore di gioco affidabile. Dopo aver giocato circa tre ore a 007 First Light, queste certezze sono uscite rafforzate. Tutto ciò, però, era prevedibile, anche solo guardando alcuni gameplay trailer pubblicati dallo stesso team. Quello che non mi aspettavo è di essere sorpreso. Costantemente e piacevolmente sorpreso. Da una grande poliedricità, innanzitutto, ma anche da una consapevolezza delle grandi meccaniche produttive che denota una maturità ormai raggiunta.
Nascita nel fango
First Light comincia in medias res, con l’aviere britannico James Bond protagonista di un incidente aereo in Islanda. Dopo aver ripreso i sensi, si renderà conto di essere finito in una base di ricerca dell’MI6 conquistata da forze nemiche. Ferito e senza armi, dovrà sopravvivere cercando al contempo di sottrarre gli ostaggi ancora in vita alla minaccia terroristica, sotto la tempesta che imperversa nella notte islandese. Raccontato così, il prologo ricorda molto Ground Zeroes, la prima missione di Metal Gear Solid V pubblicata nel 2014 come gioco standalone. Li accomuna un’atmosfera scura, sporca, fangosa, e una missione di infiltrazione e salvataggio. Le similitudini però si fermano al piano narrativo e artistico. La missione di Bond è ben più guidata di quanto fosse quella di Big Boss all’epoca: il titolo IO Interactive trova un equilibrio diverso tra spettacolarità e gameplay, adottando un game design vicino a quello degli ultimi titoli Naughty Dog, dove sequenze d’azione fortemente coreografate si alternano a momenti di esplorazione più silenziosi, dove il giocatore si trova a dover attraversare aree chiuse e presidiate, costruite come sezioni autonome da superare una alla volta, quasi dei livelli distinti innestati nel flusso della progressione. La libertà del giocatore esiste, ma è incanalata. First Light non nasconde di voler raccontare una storia precisa, e il level design lavora in quella direzione. A raccordare esplorazione e narrazione ci pensano le sequenze platform, che ricordano da vicino quelle di Uncharted: le arrampicate sono guidate, scandite, quasi impossibili da sbagliare. È una scelta precisa — togliere la morte dal platforming per non spezzare il ritmo narrativo — e funziona, anche se qualcuno potrebbe trovarla eccessivamente assistita. First Light è un action in terza persona con sistemi di copertura, meccaniche stealth che rivestono un ruolo centrale e un utilizzo massiccio di gadget, pensati tanto per eliminare i nemici quanto per aggirarli, spesso sfruttando l’ambiente a proprio vantaggio. Il gioco incentiva chiaramente l’approccio silenzioso su quello puramente action, almeno in questa prima fase: le situazioni più riuscite sono quelle in cui Bond sparisce nell’ombra, neutralizza, scompare. Le meccaniche di shooting sono tuttavia di ottimo livello e non stonano quando la situazione degenera, restituendo una risposta soddisfacente anche nei frangenti più concitati.
Dalla Slovacchia con amore
Il prologo, curiosamente, rappresenta solo la prima parte del tutorial. I primi due capitoli sono incentrati sulla formazione di Bond come agente segreto e sul suo caotico battesimo del fuoco, la prima operazione speciale presso un club londinese. In questo incipit emerge con chiarezza la capacità di IO Interactive di guidare il giocatore in un ambiente virtuale dinamico, dove sequenze di esplorazione libera si alternano a filmati, quick time event, sezioni di guida e piccole sequenze interattive su binari. La variatio restituisce un ritmo eccellente, e le vicende di Bond, degli altri agenti e dell’intera MI6 cominciano a tratteggiarsi con più forza. Un nuovo nemico prende la scena: l’agente 009, ex membro disertore. Ma è chiaro che la trama ordita da IO Interactive voglia essere più complessa, e l’intelligenza artificiale del computer quantistico di cui si serve l’MI6 sembra destinata a rivelarsi vera deus ex machina della squadra. È nel terzo capitolo, però, che il gioco raccoglie i frutti di quanto seminato. La lunga missione nell’hotel in Slovacchia mette insieme tutti gli elementi introdotti in precedenza e li adatta a uno scenario molto più esteso e dinamico, che richiama inevitabilmente il Hitman di casa IO Interactive. La missione culmina con una fuga in aereo spettacolare, in cui viene introdotta una meccanica inedita che si inserisce con naturalezza nel ritmo dell’azione. Curioso, però, come in questo capitolo il punto di vista si ribalti: invece di impersonare l’Agente 47, sembra quasi di pedinarlo, mentre cambia travestimento e miete vittime al suo passaggio. Un dettaglio che dice molto su quanto IO Interactive conosca bene il proprio mestiere. La parte più riuscita rimane però la fisicità degli scontri corpo a corpo. IO Interactive ha implementato un sistema free flow che richiama quello della serie Batman Arkham, arricchendolo con una discreta varietà di combo e una buona interazione ambientale: Bond usa lo spazio, gli ostacoli, gli oggetti. Il risultato ricorda l’evoluzione naturale del combattimento spettacolare di Uncharted, con cui condivide la stessa vocazione cinematografica. A questo si aggiunge qualche elemento che strizza l’occhio a Sifu, soprattutto nelle finisher e nel sistema di contrattacchi e schivate, dove la precisione del tempismo premia in maniera tangibile. Il tutto converge in una formula spettacolare che prende il meglio da grandi titoli e lo fonde in qualcosa di proprio. L’unica nota negativa riguarda alcune imprecisioni tecniche: qualche scatto nelle animazioni e qualche compenetrazione in certi frangenti degli scontri tradiscono un sistema ancora non del tutto rifinito.
Il passo decisivo
Tre ore non bastano per esprimere un giudizio, e non è questa la sede. Bastano, però, per capire che 007 First Light sa esattamente cosa vuole essere. IO Interactive non ha semplicemente applicato la propria formula a una licenza prestigiosa: ha costruito qualcosa che porta i segni riconoscibili dello studio e, allo stesso tempo, ha fatto un passo decisivo verso il blockbuster videoludico. Il giovane Bond funziona. La storia funziona, seppur priva di guizzi per ora. E la sensazione è quella di avere tra le mani un gioco che ha ancora molto da dire.






















